Capitolo 3: Fazioni…

Le alleanze vacillano, i poteri della città muovono i propri pezzi e l’ombra del conflitto si allunga su ogni distretto di Waterdeep.


🗡️ Tavolo 1: [Il Crocevia di Hollow Creek]

Hollow Creek. Già dal nome non sembra un posto in cui vorresti passare un fine settimana con la famiglia. Sembra il nome di un luogo vecchio, sconosciuto e dimenticato.
Tutte cose vere, in effetti… l’unico aggettivo che manca e che mi sento di aggiungere è “macabro”, e adesso vedremo perché.

La missione consisteva nell’indagare nelle zone montane a nord-ovest di Waterdeep riguardo al passaggio di un convoglio di chierici curatori devoti ad Azrael, diretti non si sa bene dove.
Gli avventurieri scelti per questa spedizione furono Ghost, l’inquietante elfo Renhur, Milo, Utah e l’antipatico Warlock… esatto, se non si fosse capito quel ragazzo non è proprio entrato nelle mie grazie.

Per prima cosa, come è buona prassi fare, i nostri eroi cercarono informazioni nella classica locanda.
Si trattava del Rifugio del Grifone, una modesta attività gestita dall’umano Garl nelle veci di oste, barista, cameriere, apicoltore e buttafuori.
Le informazioni raccolte furono inequivocabili: due giorni prima un convoglio di cultisti si era fermato per riparare la ruota di una delle due grosse carovane che componevano la colonna, per poi proseguire lungo lo stretto sentiero verso il Crocevia di Hollow Creek.
Tutto liscio fin qui, direte voi.
Beh, direste molto male.

Seduto in un angolo della locanda si trovava un dragonide insieme a un gruppo di compari.
Voi potreste dire: «Beh, cosa c’è di strano? Siamo in una locanda, dopotutto».
Il problema è che quel dragonide non era un semplice viaggiatore intento a godersi una “Ape” (la birra speciale al miele prodotta da Garl, che tra le altre cose era anche un discreto mastro birraio) in lieta compagnia; era bensì il fratello di Cyrius, un’abitante del quartiere della Giustizia, ahimè condannata a morte dal Tribunale la settimana precedente.
E chi componeva quel Tribunale?
Beh, almeno due dei nostri cinque avventurieri, ossia Milo e Utah.

Non ci fu tempo per i chiarimenti. Il dragonide e la sua combriccola attesero gli avventurieri fuori dal Rifugio del Grifone con aria di sfida e, secondo voi, cari lettori, cosa poteva fare da lì a poco il Goliath Utah?
Ovviamente, rispondere alle provocazioni.
Senza scendere in dettagli raccapriccianti, ne scaturì un breve scontro, complice l’esperienza e la forza impari tra i due gruppi. Posso dirvi semplicemente che non sono stati lasciati testimoni.

Fatto sta che, risolto questo evitabilissimo alterco, i paladini della Resistenza si incamminarono lungo lo stretto sentiero alla volta di Hollow Creek.
Nel giro di una mezz’ora riuscirono a scorgere il piccolo insediamento. E fidatevi: dire “piccolo” non rende giustizia. Una manciata di case, una piazzetta, una chiesetta di Chauntea, una falegnameria e il municipio.
Tutto versava in uno stato di semi-abbandono, ma i suoi abitanti erano ancora lì.
O per meglio dire… più o meno.

Quello che notarono appena messo piede nel villaggio fu qualcosa di agghiacciante e macabro, che probabilmente si porteranno dietro a lungo: gli abitanti di Hollow Creek non avevano il volto.
Avete capito bene. Niente occhi, niente naso, niente bocca, niente orecchie. E, accanto a ciascuno di loro, si trovava una bambola spaventosamente dettagliata che ne riproduceva le fattezze.
I villici, nel frattempo, continuavano a svolgere le proprie attività quotidiane come se fossero intrappolati in un ciclo infinito di azioni monotone e senza senso.

Finn decise allora di collegarsi mentalmente con una di queste bambole per cercare di comprendere cosa stesse accadendo; la risposta che ottenne fu un per niente rassicurante invito a “entrare in casa sua”.
Questa connessione generò una reazione improvvisa negli ex abitanti di Hollow Creek, che all’unisono indicarono un sentiero che saliva nel bosco di abeti. Quel sentiero mostrava ancora le tracce fresche del passaggio di qualche decina di persone, riconducibili a circa due giorni prima.

È a questo punto che Milo fece una scoperta raggelante.
Recuperando il diario di quello che un tempo era il sindaco di Hollow Creek, lesse una pagina risalente a diciotto mesi prima riguardo a un certo Signor Fiddle, un noto artigiano e costruttore di bambole che aveva acquistato una dimora poco sopra il paesino.
Niente di troppo strano, all’apparenza.
Niente in confronto alla nota seguente: nell’ultima pagina del diario, il sindaco stava organizzando una spedizione punitiva contro il costruttore di bambole, colpevole di aver maledetto l’intera cittadina con le sue nefaste diavolerie, agendo in combutta con i cultisti del Celestiale Caduto.

A quel punto il quadro era fin troppo chiaro: i nostri avventurieri stavano per varcare la tana del lupo.
Giunsero alla dimora: un edificio a tre piani eretto in legno di abete nero e ciottoli di fiume. La casa appariva in perfette condizioni, pulita, tirata a lucido e stipata con almeno due dozzine di letti. Dalla porta del seminterrato filtrava una lama di luce, l’unica a riscaldare la cupa magione…
Gli avventurieri si fecero coraggio e intrapresero la discesa negli inferi.

Il primo a farsi avanti fu ovviamente il Warlock, con le sue solite manie di protagonismo e l’innata tendenza a sopravvalutarsi. Pensava infatti di poter scendere lì sotto e dare a bere al Signor Fiddle di essere un cultista rimasto indietro rispetto alla carovana, intenzionato a convertire i propri compagni. Tutto sbagliato, ahimè.
Il Signor Fiddle — una figura scheletrica dai lunghi capelli candidi, occhi gialli ferini e unghie allungate simili ad artigli — impose le mani e scatenò contro gli intrusi le sue aberranti creazioni. Si trovavano infatti nel suo laboratorio: un immenso stanzone ricolmo di bambole e con al centro un’ampia, inquietante “piscina di cera”.

Lo scontro fu aspro e serrato, ma alla fine gli avventurieri ebbero la meglio.
Tornati al villaggio, constatarono che la maledizione di Hollow Creek era finalmente spezzata: le bambole si erano disfatte in polvere e gli abitanti avevano riacquistato i propri volti e la propria volontà.
Fu solo allora che l’intera vicenda si svelò nella sua cruda verità: il Signor Fiddle aveva ingannato gli abitanti e li aveva condannati al silenzio per celare un segreto fondamentale. Da quasi due anni, ogni tre settimane, un convoglio di chierici del culto si fermava nella sua casa per rifocillarsi prima di proseguire il viaggio… un’informazione tattica dal valore inestimabile per la Resistenza.


🏹 Tavolo 2: [Madama Florilde e il Prototipo]

Estratto dagli annali del Maestro Gizmo.

Tra i documenti superstiti relativi agli anni dell’occupazione di Waterdeep, uno degli episodi più interessanti riguarda l’incursione condotta dalla Resistenza all’interno dell’antica magione di Piergeiron, divenuta in seguito dimora di Madama Florilde.

Secondo le testimonianze raccolte negli anni successivi, l’Intelligence dell’Avendesora venne a conoscenza di un progetto condotto dal dottor Fienilo all’interno della residenza. Le informazioni erano frammentarie, ma sufficientemente allarmanti da far ritenere che il dottore stesse lavorando alla costruzione di una nuova arma, le cui capacità erano allora ancora sconosciute.

La Resistenza decise pertanto di inviare un piccolo gruppo composto da alcuni dei suoi combattenti più esperti. Il loro compito era duplice: scoprire la natura dell’esperimento e, qualora se ne fosse presentata l’occasione, distruggerlo.

L’impresa fu resa possibile grazie a una delle ultime rivelazioni di Piergeiron. Sebbene ormai morto, l’antico signore di Waterdeep risultava ancora legato alla propria dimora e, apparendo agli uomini della Resistenza, indicò loro un passaggio segreto che conduceva direttamente al fondo del pozzo situato nel cortile della magione.

Attraverso quell’antico passaggio, i soldati riuscirono a penetrare all’interno del perimetro della residenza senza essere immediatamente individuati. Una volta raggiunto il fondo del pozzo e risaliti in superficie, si trovarono nel giardino della magione, dove incontrarono alcuni giardinieri intenti alla potatura delle innumerevoli rose che adornavano la proprietà.

Le testimonianze non lasciano dubbi sul destino dei giardinieri: furono eliminati affinché non potessero dare l’allarme. Fu un atto brutale, ma che consentì agli infiltrati di mantenere segreta la propria presenza.

Fu nuovamente l’apparizione di Piergeiron a fornire loro la soluzione al problema successivo. Il defunto signore spiegò che, per poter attraversare indisturbati la residenza, gli uomini avrebbero dovuto assumere le sembianze dei soldati al servizio della Madama.

Travestiti e con l’atteggiamento di chi apparteneva a quella stessa guarnigione, gli infiltrati riuscirono così a penetrare nella magione. Non si trattò tuttavia di un’impresa semplice. In più occasioni furono sul punto di essere scoperti e dovettero ricorrere all’inganno, alla prudenza e, in alcuni casi, alla forza.

Durante la loro permanenza nella residenza ebbero modo di osservare da vicino alcuni dei personaggi più importanti del regime della Madama. Tra questi vi erano la Fortezza, il dottor Fienilo e la stessa Florilde.

Particolarmente degno di nota fu il colloquio segreto tra Esmeralda e la Madama, del quale le fonti disponibili conservano soltanto informazioni frammentarie. È tuttavia certo che l’incontro avvenne all’insaputa degli altri membri della Resistenza e che le parole scambiate tra le due donne avrebbero avuto conseguenze negli avvenimenti successivi.

Gli infiltrati esplorarono inoltre la grande serra della tenuta. Fu proprio in quel luogo che l’intervento dello spirito di Piergeiron si rivelò nuovamente decisivo. Grazie alla sua intercessione, i membri della Resistenza riuscirono ad accedere a un luogo sacro consacrato a Selûne, nascosto al di là dei confini ordinari della magione.

Lì, Ombrafonda ricevette un prezioso manufatto di origine selûnita. La natura esatta dell’oggetto è tuttora materia di discussione tra gli studiosi, sebbene numerose testimonianze ne confermino l’importanza e il legame con il culto della Signora della Luna.

Ma il vero obiettivo della spedizione rimaneva il laboratorio di Fienilo.

Dopo aver esplorato la magione, i soldati scoprirono che l’accesso al laboratorio sperimentale non poteva essere ottenuto attraverso una semplice porta. Per aprirne il passaggio era necessario tracciare una serie di rune, disseminate nei diversi ambienti della residenza e apparentemente prive di significato se considerate singolarmente.

Solo dopo aver individuato e ricomposto quei simboli gli infiltrati riuscirono ad aprire il passaggio verso il laboratorio.

Ciò che trovarono al suo interno avrebbe confermato le peggiori paure della Resistenza.

Al centro del laboratorio si trovava infatti il prototipo della nuova arma di Fienilo: un gigantesco macchinario progettato per sfruttare e convogliare ogni possibile fonte di energia magica. L’apparecchio non sembrava limitarsi a utilizzare la magia già presente nell’ambiente, ma era concepito per accumularla, comprimerla e infine liberarla in un singolo colpo di potenza devastante.

Le ricostruzioni successive descrivono quel colpo come potenzialmente letale per chiunque ne fosse stato investito e sufficientemente distruttivo da compromettere intere strutture.

Fortunatamente per la Resistenza, l’arma non era ancora stata perfezionata.

Gli infiltrati riuscirono a individuare una vulnerabilità nel sistema di alimentazione del macchinario: la stessa enorme quantità di energia che ne costituiva la forza rappresentava, in quella fase di sviluppo, anche il suo più grande difetto.

I soldati sfruttarono tale debolezza e provocarono una reazione incontrollata all’interno dell’apparato. Il laboratorio venne devastato e il prototipo gravemente danneggiato.

Non vi fu tempo per accertare l’entità esatta dei danni.

Con la magione ormai in stato di allarme, gli uomini della Resistenza abbandonarono il laboratorio e si diedero alla fuga, riuscendo infine a lasciare la tenuta.

L’incursione viene oggi ricordata come una delle operazioni più audaci condotte dalla Resistenza all’interno dei territori controllati dalla Madama.


🔮 Tavolo 3: [Salvinius non deve morire!]

La Resistenza affida al gruppo una delicata missione di scorta: fare da guardie del corpo al signor Mathieu Salvinius, un personaggio chiave attualmente rifugiato nella vicina città di Daggerford.

Giunti a destinazione, gli avventurieri notano subito la desolata baraccopoli sorta a ridosso delle mura cittadine. Tra le tende logore spiccano inquietanti incisioni e simboli del culto del Celestiale Caduto Azrael; tuttavia, concentrati sull’obiettivo primario, decidono di non farsi distrarre. Dopo aver chiesto indicazioni a una passante, si dirigono verso la Locanda del Mare Blu, dove Salvinius ha trovato temporaneo alloggio.

L’incontro con il loro protetto porta alla luce informazioni cruciali: i Pereira hanno già tentato di assassinarlo una volta, fallendo per un soffio. Per sventare un secondo attentato imminente durante un comizio pubblico, il gruppo pianifica una contromossa audace: sarà Pan a salire sul palco e pronunciare il discorso al posto di Salvinius, attirando su di sé l’attenzione. Nel frattempo, mentre Carolina e Monica perlustrano la piazza per individuare i punti ciechi e le possibili linee di tiro degli attentatori, Senza Nome e Pan rimangono di guardia con Salvinius all’interno della struttura.

Verso l’ora del tocco, Pan decide di allontanarsi brevemente per raccogliere ulteriori indizi sul campo. Si imbatte in un anziano del posto, che gli segnala alcuni loschi figuri avvistati poco prima dirigersi verso la parte ricca del borgo. Seguendo la pista, Pan raggiunge una taverna sfarzosa gestita da un certo Lavitolas. L’oste conferma che la figura sospetta ha mangiato lì poco prima; ma c’è un dettaglio ancora più inquietante che cattura l’attenzione di Pan: sul bavero di Lavitolas brilla una spilla raffigurante una rosa gialla, il marchio inconfondibile di Madama Florilde.

Custodendo gelosamente questa informazione senza condividerla con il resto del gruppo, Pan si rimette sulle tracce del sospetto. Inseguendolo all’interno di un vicolo buio, decide di affrontarlo direttamente.

Nel frattempo, alla locanda, la situazione precipita: Senza Nome, Carolina e Monica scorgono movimenti all’esterno e si barricano prontamente nella stanza per proteggere Salvinius. L’assalto scatta immediato: tre individui incappucciati tentano di sfondare la porta, mentre un quarto complice cerca di prenderli alle spalle.

Senza Nome si ricongiunge con Pan per dargli manforte nello scontro, mentre anche gli altri attentatori convergono nel vicolo. La battaglia è feroce e serrata, ma la Resistenza ha infine la meglio: neutralizzati i sicari, la vita di Salvinius è salva.

Come ricompensa per il coraggio e la protezione ricevuta, l’uomo consegna al gruppo un bottino dal valore incalcolabile per le sorti del conflitto: i progetti originali del treno. Una vittoria fondamentale che apre scenari inaspettati per il futuro di Waterdeep.

📜 Reperto Ottenuto: Tomo Progettuale "Il Millepiedi d'Acciaio"

Gli schemi e le vulnerabilità costruttive del convoglio redatti da Mathieu Salvinius.
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🛡️ Tavolo 4: [Perturbazioni nello scudo]

Avendesora. Un nome che scivola sulla lingua come un incantesimo antico. A volte i fuggiaschi che si rifugiano nel mio letto hanno il fiato così corto per il terrore da smozzicare le sillabe, ma la mia penna esige la perfezione.

Correggo subito le mie carte: il nome di quell’albero merita di essere scolpito con esattezza nel mio capolavoro.

Il tocco della magia corrotta ha un fremito sottile, capace di scuotere persino le fondamenta dorate e i letti di seta del mio Forbidden Garden. È bastato il sussurro terrorizzato di un cliente, scappato dai sobborghi, per portarmi la melodia di questo nuovo, grottesco spettacolo.

Ad Avendesora credevano di essere al sicuro, protetti da quello scudo magico che li culla come un ventre materno. E invece, un boato ha squarciato l’illusione. Mi hanno raccontato di una grande macchia rossa e blu, scivolata lungo la barriera magica come una goccia di sangue infetto sulla pelle tesa, espandendosi come le onde generate da un sasso gettato in uno stagno. Oltre quel velo incrinato, quattro maghi stavano vomitando tutto il loro arsenale contro un unico, debole punto di rottura: lì dove l’Avendesora, il grande albero che tiene in vita la cupola sotterranea, aveva iniziato a marcire. Le sue foglie cadevano, la sua linfa non era più smeraldo, ma di un rosso malato e vischioso. Un colore che conosco bene.

I nostri eroi, puntuali come carnefici, non si sono fatti attendere. Scivolati fuori da un portale di servizio, hanno danzato la loro solita, brutale coreografia, mettendo a tacere per sempre i quattro incantatori. Ma la vera gemma di quello scontro non è stata la morte, bensì ciò che è sopravvissuto: un taccuino.

Ah, il potere inebriante dell’inchiostro. Tra quelle pagine strappate al cadavere del mago più anziano c’era la confessione di quasi due anni di test, fallimenti e veleni. Dietro tutto questo, ovviamente, l’ombra ingombrante di Madama Florilde, pronta a sventolare promesse di feudi e castelli a chiunque le avesse consegnato le chiavi di quella fortezza. Il suo piano? Discariche di acidi e scorie tossiche riversate ai limiti dello scudo, per avvelenare la terra e infettare le radici. Sottile. Perfido. Quasi ammirevole, se non fosse così volgare.

L’unico a non accorgersi di nulla era il Custode, Evandro Sorbus. Centocinque anni di vecchiaia e cecità. Legato a doppio filo all’albero, sentiva il proprio corpo cedere e credeva fosse solo il peso del tempo che passa, ignorando che, in realtà, era l’anima stessa del suo rifugio a venire divorata. Che ironia tragica e deliziosa.

Per salvare il suo prezioso albero, il vecchio ha preteso una fiala della linfa più profonda. E così, i nostri disperati avventurieri si sono calati nell’abisso, giù per gallerie umide e oscure. Quello che hanno trovato alla radice del mondo non era solo un albero malato, ma un banchetto: le enormi radici dell’Avendesora erano state scorticate, masticate da fauci troppo grandi per appartenere a questo mondo.

Li hanno assaliti dal buio. Rugginofori, sì, ma deformati dai veleni della Madama. Bestie mutanti capaci di sbriciolare persino le armature magiche dei nostri eroi, come se fossero di zucchero. Ma le bestie non erano sole. Acquattata nell’ombra c’era la madre di quella covata di mostri tossici: un Remorhaz corrotto dalla genetica e dall’acido, partorito dagli scarti della Florilde.

Immagino lo scontro: il sudore, il sangue e l’acciaio che stride contro corazze mutanti. I nostri eroi, ostinati e letali, hanno trucidato la prole e decapitato la madre, strappando infine alla terra la fiala di linfa malata.

Ora l’ampolla è nelle mani tremanti di Evandro. L’Avendesora respira ancora; lo scudo si sta rigenerando, lento come una cicatrice che fatica a chiudersi. Ma la Madama non si fermerà. E mentre quegli sciocchi si leccano le ferite laggiù nel fango, io mi verso un calice di vino e intingo di nuovo la penna.

Tra le testimonianze emerse da quelle ore disperate vi è anche un documento di valore inestimabile: un manoscritto vergato da Evandro stesso attraverso la mano morta di Elinda, che svela finalmente la genesi dell’Avendesora e la cruda verità sul legame indissolubile tra la vita del Custode e quella dell’albero sacro.

📜 Reperto Ottenuto: Memorie dall'Avendesora (Scritte nell'ora più buia)

La confessione di Evandro Sorbus sulla fondazione del rifugio e il patto vitale con l’albero.
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La guerra per l’albero è appena diventata il capitolo più velenoso del mio romanzo.